venerdì 5 luglio 2013

voglio vivere in amaca

ho deciso dove passerò la gran parte delle mie notti d'estate. sull'amaca montata sul balcone, attaccata in qualche modo alla ringhiera, proprio davanti alla finestra del pacs. 

l'ho capito eri sera mentre scivolavo nel torpore, il libro di paolo giordano il corpo umano appena finito accanto alle ginocchia, il cuscino di colazione da tiffany dietro alla testa, il corpo abbracciato dal guscio di tessuto a fiori, l'odore dolciastro dello zampirone. 


sono diventata amaca-maniaca: non so perché. forse perché mi ricorda lo sciabordio del mare contro lo scafo della barca. forse perché sembra una coccola. forse perché mi fa pensare al terrazzo romano della sorella.

la mia, di amaca, arriva dalla sicilia. è fatta artigianalmente da una mia amica - ed è bellissima. sta benissimo nel balcone lungo e stretto come una pista da bowling, che io e il pacs abbiamo riempito di fiori e vasi in un pomeriggio di pazzia e bricolage da leroy merlin. 

seguire l'evoluzione delle piante dell'ottavo piano è la mania #2 dell'estate. le annaffiamo, le curiamo, le osserviamo come piccoli piero angela, ne discutiamo, andiamo a caccia dei predatori che potrebbero infastidirle. 

ecco perché ieri, quando ho visto la copertina del new yorker, ho pensato: acc, questa sono io. 


venerdì 3 maggio 2013

sono la mia schiena

sembro tarantolata, sul sedile del treno. mi divincolo, mi muovo, mi sposto. maledico le poltrone smart di italo - ma so che è nella mia schiena il problema. nelle sue curve, nelle storture, negli scricchiolii.

sarà che ho appena finito di leggere storia di un corpo di pennac, ma sono molto sensibile ai lamenti del mio, di corpo. mi dimeno cercando di simulare compostezza. invidio gli altri viaggiatori, fermi con eleganza in un'unica posizione.

costole, collo, vertebre, bacino, colonna, anche, coccige. io muovo tutto. riempio la cassa toracica d'aria per tenderla, ruoto la spina dorsale per sbloccarla, allungo la schiena per stirarla.

dall'esterno devo sembrare un bambino iperattivo, di quelli che non stanno mai fermi. sposto le mie ossa, la mia borsa, i miei giornali. cambio posizione. io sono la mia schiena.

domenica 28 aprile 2013

troppo pieno, troppo vuoto

di solito i giorni sono puzzle di impegni a incastro. persone, lavori, incontri, feste, serate, email, appuntamenti, telefonate, una cena qua e un aperitivo là, «mi spiace ma questa settimana non posso, ho tutte le sere piene». 

ho la tendenza a riempire le ore e i minuti all'inverosimile, fino quasi a farli scoppiare. ho la tendenza a non stare ferma, a sovraccaricare, a voler fare tutto. finendo per lamentarmi, poi, perché è troppo. anche se so che il troppo è vita. 

perché poi arrivano i giorni del troppo poco, e con loro il terrore. giorni lenti, vuoti, in cui c'è poco da fare, nessuno da vedere. si recupera il sonno perso, ci si porta avanti col lavoro, si prepara una torta allo yogurt di mirtilli. e poi? 

via | weheartit

martedì 23 aprile 2013

and all that swing

me ne sono innamorata in una sera valenciana di fine settembre. eravamo nella scuola spirit of st. louis tra birra e cuba libre e a me si sono sgranati gli occhi. avevo appena scoperto il lindy hop - e lui aveva scoperto me. 

l'ho visto ballare in piena notte sul marciapiede, con la musica dell'autoradio che usciva dalle portiere aperte. in un locale semi-chiuso e poco affidabile. al parco del turia sotto al ponte di calatrava. 

e poi mi sono messa a ballarlo anch'io, il lindy hop. che poi altro non è quel che si balla sullo swing, sulle note degli anni 30 e 40, a cavallo tra charleston e jazz. 


e niente: il lindy hop mi rende felice. mi fa sorridere, sudare, divertire. mi riempie il cuore. sono diventata swing-dipendente. farei solo quello. ballo alla fermata dell'autobus, in ascensore, sulla metro. ballo sul balcone, alle serate, al corso. e non vedo l'ora di ballare all'aperto. 

questo weekend ho ballato a genova. non so se quando i miei amici al mio compleanno mi hanno regalato un weekend di swing a zena (be-lindy!) sapevano che avrebbero nutrito la mia dipendenza. ma così è stato. e io non potrei esserne più felice.